top of page

LA COMMEDIA DELLA VANITÀ

2020

 

ruolo EGON KALDAUN

di Elias Canetti

traduzione Bianca Zagari

regia Claudio Longhi

produzione ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione

scene Guia Buzzi

costumi Gianluca Sbicca

luci Vincenzo Bonaffini

video Riccardo Frati

con Fausto Russo Alesi, Donatella Allegro, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Aglaia Pappas, Franca Penone, Simone Tangolo, Jacopo Trebbi

e con Rocco Ancarola, Simone Baroni, Giorgia Iolanda Barsotti, Oreste Leone Campagner, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo, Elena Natucci, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Martina Tinnirello, Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana

violino Renata Lackó

cimbalom Sándor Radics

drammaturgo assistente Matteo Salimbeni
assistente alla regia Elia Dal Maso
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo
preparazione al canto Cristina Renzetti
direttore di scena Mauro Fronzi

 

Note di regia

In un remoto borgo innominato – così in odore di Vienna, ma forse non tanto distante da Berlino (o Parigi, o Roma, o Metropolis…) – in un tempo lontano – e pur così vicino al presente (anni Trenta del secolo scorso o oggi?) – per insindacabile decreto delle autorità superne, al fine di purgare l’umanità, guarendola dal canceroso morbo della vanità, è disposta la distruzione di tutti gli specchi, così come di tutte le immagini dell’uomo. L’avviso sinistro che d’improvviso punteggia le vie cittadine non lascia margine a dubbi. «Il governo ha deliberato. Primo: È vietato il possesso e l’uso di specchi. Tutti gli specchi esistenti, senza eccezione, saranno distrutti. La fabbricazione di qualsiasi tipo di specchi dovrà essere sospesa. Trascorso il termine di trenta giorni, chiunque venga trovato reo di possedere o usare uno specchio verrà punito con una pena da dodici a vent’anni di carcere. Per chi fabbrica specchi è prevista la pena di morte. Secondo…». Ai sinistri bagliori rossastri della gran pira allestita in men che non si dica, in sul calar del giorno, al centro della piazza grande del paese per accogliere e far sparire immantinente tutti gli specchi e gli oggetti riflettenti – e le fotografie e i ritratti e financo le pellicole cinematografiche – custoditi dalla comunità, tra il clangore della folla invasata e il tintinnio degli specchi in frantumi, ha così inizio la parabola dei destini incrociati del sempre eretto banditore Wenzel Wondrak e della querula famiglia Kaldaun (Egon, Lya, figliuolo urlante e domestica tuttofare Marie), del facchino Franzl Nada e di sua sorella Franzi, del predicatore Brosam e del maestro Shakerl, delle tre intime amiche signorina Mai, vedova Weihrauch e sorella Louise e dell’imballatore Barloch, con sua moglie Anna, del signorino Heinrich Föhn e della sua compagna Frau Doktor Leda Frisch… di tutta quella brulicante umanità, insomma, che giorno dopo giorno, in quel remoto e vicinissimo stato/mondo, si arrabatta per far fronte alle minacce e alla violenza del potere, conquistandosi la propria sopravvivenza. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Nell’implacabile divenire dello spietato ordigno drammaturgico congeniato da Canetti, il gran falò dell’umana vanità da cui l’intreccio prende le mosse è solo il primo atto di una folle “commedia umana”, degna dello Steinhof, incentrata sulla letale “malattia dello specchio” (sorta di catatonia in cui sprofondano quanti non riescono più a ritrovare se stessi, smarrite per sempre le proprie immagini) che di colpo di scena in colpo di scena – tra furti, minacce di morte e di torture ed espedienti di ogni genere – finisce con l’esplodere nell’inquietante epilogo aperto, tra il profetico e lo scaramantico, su cui cala il sipario.
[…] Nel chiacchiericcio insensato del nostro presente, incantato dai selfie in instagram e avvezzo a credere solo ai “video-fai-da-te” di youtube, ubriaco di malpancismi e populismi e sedotto dal priapesco principio di autorità maschio e “mavorte”, inchiodato al lessico regressivo e alla sintassi francamente sbalordita e deficiente dei tweet e di whatsapp così come desideroso di celebrare le esequie dell’UE, potrebbe essere istruttivo, allora, tornare ai capricciosi sogni di Canetti, senza alcun desiderio di attualizzarne i contenuti, ma solo per esercitarsi, da provetti materialisti storici, a decifrarne scenicamente geroglifici e ideogrammi (generati dal sonno o dalla morte della ragione?), affinando così il nostro spirito critico.

Claudio Longhi

cosa mi porto nel cuore
Far parte di una compagnia di quasi trenta attori non capita spesso. E quasi sempre implica il saper lavorare in squadra, rimanere coesi e contagiarsi vicendevolmente di energia positiva. Un’opera colossale di quasi quattro ore, un dispendio energetico importante e la necessità di entrare in scena in modo intermittente e determinante, senza cali energetici né ritmici. Uno switch on/switch off non scontato da gestire. La fine della tournée coincise proprio con l’inizio del lockdown (Febbraio 2020). A tal proposito è doveroso segnalare come ERT, durante il biennio Covid, abbia non solo tutelato il lavoro di noi attori del gruppo permanente ma che, con “ERT on air”, abbia anche saputo coinvolgerci e dare continuità, seppure online, ai tanti progetti in essere.

Intervista a Claudio Longhi. La commedia della vanità
05:30
  • Facebook
  • Instagram
  • YouTube
  • LinkedIn

©2022  -  Jacopo Trebbi

bottom of page